Telefonata ogni tanto intervallata da dolci rumori di sottofondo, una parola, una risata, un pezzettino di un giocattolo che cade a terra. Succede così quando ti trovi a intervistare una mamma o un papà che hanno un figlio piccolo e quei dolci rumori sono solo carica di vitalità e buon umore. E’ successo così al telefono con Luca Trapanese, napoletano di 42 anni che nell’estate del 2017 ha preso in affido e poi adottato Alba, neonata con la sindrome di Down, non riconosciuta dalla mamma.
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Trapanese ha deciso di raccontare la sua storia, anzi la loro storia, nel libro “Nata per te” di Einaudi, scritto a quattro mani con Luca Mercadante. Tappa prevista anche a Novara, giovedì 24 ottobre, alle 18 nell’Arengo del Broletto, grazie all’organizzazione di Anfass Novara, Borgomanero e Valsesia e Fondazione Comunità Novarese con Circolo dei lettori.
Trapanese è single, è gay, ha potuto adottare Alba grazie alla legge italiana che dà la possibilità ai single di adottare un bambino sono in alcuni casi particolari, quelli previsti dall’articolo 44 della legge 184 del 1983: uno di questi è la disabilità. Alba oggi ha già compiuto due anni ed è semplicemente vita.
Perché Alba dovrebbe essere nata proprio per lei?
Alba è arrivata in un momento speciale della mia vita, al termine di un momento molto difficile e per me ha un significato enorme. Quando l’ho vista e l’ho preso in braccio non avuto alcun dubbio. Non sarebbe potuta andare diversamente da così.
Prima di lei però 30 famiglie hanno detto di no…
Io non le critico, penso piuttosto che non erano pronte, o meglio ancora sono state loro a risultare non idonee per Alba. La disabilità ancora oggi spaventa, spesso è vista come una sconfitta, un pensare a una futura solitudine nell’affrontare la nuova vita. Credo che il problema sia a monte: c’è una forte diseducazione alla diversità, perché sembra che tutti dobbiamo essere per forza belli, perfetti e i migliori. Non condanno queste famiglie, le capisco. E se queste famiglie avessero concepito un figlio e avessero saputo che sarebbe nato con una disabilità che cosa avrebbero fatto? Non possiamo saperlo. E’ in generale una libertà di scelta.
Lei invece era pronto: si è mai chiesto perché?
Da quando ho 14 anni vivo nella disabilità, per me è stato tutto molto naturale, non ho mai percepito il “diverso” come qualcosa che non potesse andare bene. A questo ho aggiunto il mio desiderio di paternità e quando ho visto Alba ho capito che era lei. Quando ho fatto richiesta di adozione al registro io avrei voluto un figlio disabile, Alba è stata una scelta, non me la sono “fatta andare bene”.
Come si educa?
E’ necessario parlare della sindrome di Down, non è una malattia, è una condizione con la quale si deve convivere. Alba non è malata, ama la vita come gli altri. Forse non fare mai l’astronauta o il magistrato, come del resto potrebbe non succedere a tanti altri bambini. Ciò che conta è avere dei figli che siano felici e la loro felicità non deve essere una gratificazione nostra. Un figlio disabile ti rende felice, è una persona come le altre e non è questione di accontentarsi. A me Alba piace così come è e come ho scritto anche nel libro se avessi una bacchetta magica non me ne farei niente.
Ha mai avuto paura della disabilità?
Quando ero piccolo, e per la mia generazione, quando eravamo piccolo lo eravamo davvero, ho vissuto un’esperienza molto triste, ho accompagnato il mio amico Diego in un percorso di malattia terminale, sono stato poi a Lourdes, ho conosciuto lì la malattia. La disabilità non lo è, i miei più grandi amici sono disabili. Oggi per me non esiste una persona normodotata. La vera integrazione avverrà quando smetteremo di pensare che queste persone siano diverse da tutte le altre. Vediamo loro in un mondo alternativo e parallelo perché è la società a imporcelo quasi. La perfezione in realtà non esiste.
Perché è bello essere papà? E perché papà di Alba?
Volevo essere papà ed esserlo, nonostante sia single, per me è solo fonte di gioia. Perché è bello essere il papà di Alba? Perché si sveglia e si addormenta con il sorriso, è sempre allegra, quando ha la febbre me ne accorgo perché scotta, è sempre vivace. E’ bello stare con lei. E’ stata perfetta, – dice sorridendo – quando era più piccola mangiava, dormiva, non ho ore di sonno arretrate.
Cosa percepisce dagli incontri con le persone?
Ho sempre colto predisposizione all’ascolto e comprensione. Si sente una grande esigenza di parlare di questi temi, noi siamo troppo arretrati nel pensiero. Dobbiamo davvero impegnarci per riconoscere la differenza e non etichettare queste persone come “handicappate”. Mi ha fatto molto piacere il messaggio di una nonna che mi ha confidato che questa storia ha dato una grande forza alla sua famiglia, dove c’è un piccolo con sindrome di Down. Queste sono le belle notizie.







